Andras Schiff: quando la musica dice no al potere (e quando decide di servirlo)

La storia della musica è anche una storia di rapporti con il potere. Ci sono musicisti che hanno sfidato il potere fino a pagarne il prezzo. Altri che hanno scelto il silenzio. Altri ancora che hanno accettato di suonare per il potere, convinti che fosse possibile separare la musica dalla politica. E ci sono quelli che, invece, hanno trasformato la musica in uno strumento esplicito di propaganda.
Il rapporto tra musicisti e potere non si può semplicemente descrivere con eroi e collaborazionisti. È una zona molto più ambigua, nella quale entrano in gioco coscienza personale, paura, opportunità professionali, censura, ideologia e, soprattutto, l'idea che ciascun artista ha della propria responsabilità pubblica.
Un caso recente e poco conosciuto in Italia è quello di András Schiff, un pianista ungherese di fama internazionale che si è esibito e si esibisce spesso e volentieri anche in Italia.
All'inizio di settembre 2026 il pianista ungherese è tornato a suonare in patria dopo sedici anni. Non è stato un semplice ritorno professionale. Schiff aveva deciso di non esibirsi più in Ungheria finché il governo di Viktor Orbán fosse rimasto al potere. La sua posizione era maturata dopo anni nei quali aveva espresso pubblicamente le proprie preoccupazioni per la deriva politica del Paese, ricevendo anche attacchi personali e minacce. Nel 2011, per esempio, il suo nome comparve in un violento articolo e Schiff raccontò di aver ricevuto minacce anonime a danno delle sue mani.
Nel settembre 2026, dopo il cambiamento politico in Ungheria, il pianista è finalmente tornato sul palco della Liszt Academy di Budapest. I due concerti, andati esauriti rapidamente, hanno avuto anche una finalità concreta: Schiff ha deciso di destinare i proventi alla creazione dell'Aladár Rácz Roma College of the Arts, destinato a sostenere l'educazione dei giovani rom. La sua posizione è particolarmente interessante perché Schiff non sostiene che la sua decisione possa cambiare il corso della storia. Al contrario, riconosce di essere soltanto una piccola figura davanti alla macchina del potere. Ma rivendica una responsabilità più elementare: poter guardare se stesso allo specchio senza aver tradito ciò in cui crede.
È una concezione quasi antica dell'etica dell'artista: non necessariamente cambiare il mondo, ma rifiutarsi di diventare parte di ciò che si considera ingiusto.
La vicenda di Schiff ci porta così a una domanda più generale: che cosa deve fare un musicista quando il potere pretende di utilizzare la sua autorevolezza?
E Schiff ha indicato anche i propri modelli. Uno è Pablo Casals, che durante il franchismo si rifiutò di esibirsi nella Spagna di Francisco Franco e, per coerenza, evitò per un periodo anche i Paesi che avevano riconosciuto il regime. L'altro è Béla Bartók, che lasciò l'Europa per gli Stati Uniti nel 1940, pur sapendo che avrebbe potuto continuare a vivere e lavorare in Ungheria.
Molto diverso è il caso di Dmitrij Šostakovič, il compositore sovietico che visse sotto il potere di Stalin. Attaccato dalla stampa sovietica fu trasformato da compositore celebrato a potenziale nemico dello Stato. Šostakovič rimase però nell'Unione Sovietica: la sua musica poteva contenere livelli di ironia, ambiguità e drammaticità che molti interpreti hanno letto come forme indirette di resistenza. In una dittatura l'artista può non avere il lusso di una scelta binaria. A volte resistere significa anche cercare di continuare a creare.
La Germania nazista offre alcuni degli esempi più controversi. Il direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler rimase in Germania durante il nazismo e continuò a dirigere. Non fu un propagandista nazista e dopo la guerra fu sottoposto a un processo di denazificazione e infine assolto. Ancora più controverso è il caso di Herbert von Karajan, che aderì al Partito nazista e continuò la propria straordinaria carriera anche attraverso le istituzioni culturali del Terzo Reich eppure non possiamo ridurre la sua interpretazione musicale – che resta eccelsa – alla sua discutibile biografia politica.
Qui compare una delle questioni più scomode: servire il potere significa necessariamente condividerne l'ideologia? Non sempre anche se beneficiare delle sue istituzioni, accettarne i privilegi o contribuire alla sua rappresentazione pubblica può comunque trasformare l'artista in una componente del sistema.
Vi sono poi altre sfumature che tanto sfumature non sono.
La musica può essere considerata una minaccia dal potere. È il caso della repressione culturale attuata sotto la dittatura di Augusto Pinochet che, oltre a perseguitare e uccidere singoli artisti, colpì un intero ambiente culturale associato alla sinistra, con censura, esili e distruzione di registrazioni. E quando un regime ha paura di una musica, quella musica ha già acquisito un potere politico.
Ma la storia non è fatta soltanto di musicisti che resistono perché il potere ha sempre avuto bisogno della musica. Dalle corti monarchiche alle dittature del Novecento, dai concerti celebrativi alla propaganda di massa, la musica è stata utilizzata per costruire identità collettive, celebrare leader, accompagnare cerimonie e rendere emotivamente accettabile un determinato ordine politico.
La musica possiede infatti una caratteristica che la propaganda conosce bene: non deve necessariamente convincere attraverso un'argomentazione. Può creare appartenenza attraverso il ritmo, il canto collettivo, la ripetizione e l'emozione.
È anche per questo che la storia dei rapporti tra musica e politica non può essere raccontata soltanto attraverso i dissidenti. Bisogna raccontare anche gli artisti che hanno accettato di diventare parte dell'apparato culturale del potere.
Ma anche qui la realtà è più complicata di quanto sembri. Un musicista può esibirsi davanti a un capo di Stato senza essere ideologicamente vicino a quel capo di Stato? Può accettare un incarico pubblico senza condividere l'orientamento politico del governo che lo scrittura? Può rimanere in patria anche quando ha la possibilità di fuggire ad un potere oppressivo pur di non abbandonare il proprio pubblico? Può pensare che la cultura debba sopravvivere anche quando la politica è corrotta? Il problema, quindi, non è soltanto "da che parte sta il musicista?" ma anche "che cosa accade alla sua musica quando entra in relazione con il potere?".
Il problema della neutralità è proprio il punto sollevato da Schiff nel suo recente ritorno a Budapest. Il pianista ha detto di essere consapevole dell'idea secondo cui un artista dovrebbe semplicemente suonare e non occuparsi di politica. Ma per lui arte, società e politica non possono essere completamente separate. Un musicista non ha necessariamente il dovere di essere un attivista. La libertà artistica comprende anche il diritto di non trasformare ogni concerto in un manifesto politico. Ma esiste una differenza tra non essere militanti e sostenere che l'arte sia sempre innocente.
Un concerto organizzato da un regime, un musicista invitato a una cerimonia di propaganda, un artista che accetta privilegi particolari dal potere o, al contrario, un artista che rinuncia a un contratto per protesta: in tutti questi casi la musica entra inevitabilmente nella sfera politica. Anche il rifiuto di partecipare è una scelta.
La musica non rovescia necessariamente il potere. Ma può rifiutarsi di legittimarlo. Il ritorno di András Schiff in Ungheria ha qualcosa di simbolico proprio perché arriva dopo sedici anni di assenza. Il pianista non sostiene che il suo boicottaggio abbia cambiato il corso della politica ungherese. Anzi, ammette apertamente i limiti della propria influenza. Ma considera importante aver mantenuto una posizione coerente con la propria coscienza. È una concezione modesta e, proprio per questo, potente del rapporto tra arte e politica.
La musica forse non può abbattere un governo. Non può fermare una guerra. Non può impedire da sola una dittatura. Ma può fare qualcosa di più piccolo: rifiutare di prestare la propria autorevolezza alla normalizzazione del potere. E può fare anche l'opposto: diventare il linguaggio attraverso cui il potere si celebra, si racconta e cerca di apparire inevitabile.
Tra queste due possibilità si muove da sempre la storia della musica.
Alla fine, la questione non è se la musica sia politica. Lo è già di per sé. La vera domanda è chi decide che cosa deve significare quando viene suonata.