Il colore viola... e altre stranezze

Il colore liturgico della Quaresima (e dell'Avvento) è notoriamente il viola. Un colore che però è odiato dalla gente di spettacolo.
Pochi minuti prima che si apra il sipario, quando nei corridoi dietro il palco si abbassa la voce, i gesti diventano ripetitivi, quasi rituali. Qualcuno ripassa un passaggio impossibile, qualcun altro controlla per la decima volta l'accordatura. E se per caso compare un indumento viola, c'è sempre qualcuno pronto a sgranare gli occhi. Non è solo scaramanzia perché, in realtà, è memoria storica.
Il viola: colore proibito
Questa storia – come molte altre – nasce nel Medioevo, quando il teatro era ancora fatto di compagnie itineranti, piazze polverose e il calendario liturgico regolava la vita di tutti. Artisti compresi. Durante l'Avvento e la Quaresima, la Chiesa imponeva il viola nei paramenti sacri ma, soprattutto, vietava gli spettacoli profani in segno di penitenza. Per mesi interi non si recitava, non si cantava, non si suonava. Per gli artisti significava una sola cosa: niente lavoro, niente denaro, tanta fame.
È inevitabile che il colore viola dei paramenti sacri smise di essere il simbolo di un periodo liturgico e divenne il simbolo di un incubo economico. Quando nacquero i grandi teatri stabili e cessò l'impedimento di andare in scena, rimase la paura e con lei la "norma" non scritta: non si usa il viola in teatro perché il viola porta male.
Ancora oggi molti musicisti raccontano di colleghi invitati a cambiarsi prima di una prova generale per qualche indumento dal colore inopportuno…
L'augurio più affettuoso…
Tra le stranezze, chi non conosce il teatro resta sempre perplesso la prima volta che sente augurare "merda merda merda" a chi va in scena.
L'origine è splendida e concretissima: nell'Ottocento il successo di uno spettacolo si misurava anche dal numero di carrozze giunte al teatro per accompagnare gli spettatori. Più carrozze significavano più pubbliche. Più pubblico significava più cavalli. Più cavalli significava una quantità considerevole di… merda all'ingresso. Augurare "merda, merda, merda" voleva dire quindi augurare un teatro pieno di pubblico, e quindi anche un buon incasso.
Non sarà raffinato ma in "merda" non c'è niente di volgare: è uno degli auguri più generosi che si possa fare ad un artista. Sicuramente molto più del difficilmente interpretabile Toi Toi Toi, espressione idiomatica tedesca che sembrerebbe imitare l'atto di sputare tre volte sulla persona per allontanarne gli spiriti maligni, o della strampalata espressione anglosassone break your leg (rompiti una gamba). In ogni caso: assolutamente vietato augurare "buona fortuna"!
Piccoli riti
Ma il teatro è una liturgia laica, fatta di riti e ogni
musicista ha il suo. Non sempre lo ammette, ma ce l'ha. Un violinista
dell'orchestra raccontava di aver suonato per anni con una corda consumata, già
pronta a spezzarsi, perché era "quella della tournée fortunata".
Un pianista jazz entrava sempre in palco con il piede sinistro, faceva un giro
completo dello sgabello e solo allora si sedeva. Una sera, costretto dalla
fretta a saltare il rituale, disse di aver suonato il primo brano con la
sensazione fisica di aver dimenticato qualcosa.
Nelle orchestre sinfoniche c'è chi sistema la sedia con un'inclinazione identica al millimetro, dà due colpetti all'archetto prima di alzarsi, non scrive mai nulla sullo spartito il giorno del concerto… Sono tutti consapevoli che queste "manie" non servono a "far andare bene" l'esecuzione. Servono a entrare nello stato mentale giusto.
Una cantante lirica raccontava di avere un paio di orecchini indossati per un debutto particolarmente felice. Da allora li ha portati in ogni prima, anche quando non si abbinavano minimamente al costume. Un batterista rock, invece, conserva una maglietta consumata che non ha mai lavato tra un tour e l'altro perché "ha visto solo concerti pieni".
Non è superstizione cieca: è la costruzione di una continuità emotiva. Sul palco si entra da soli, ma con addosso tutti i concerti che sono andati bene.
Una tradizione che continua a vivere
Oggi nessuno smette di lavorare durante la Quaresima e le carrozze non lasciano più tracce davanti all'ingresso del teatro. Eppure: il viola continua a mettere a disagio, "merda" resta l'augurio più affettuoso e ogni musicista conserva il suo piccolo rito segreto
Perché il palcoscenico è un
luogo dove convivono tecnica e mistero.
E in quell'istante sospeso prima del primo suono, sapere di ripetere un gesto
fatto mille volte da chi è venuto prima di noi — attori, cantanti, orchestrali
— è un modo per non essere soli.